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Città di Carignano
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Lungo la Strada Maestra
Via Porta Mercatoria

Un itinerario interessante, per le notevoli modificazioni occorse nel corso dei secoli, è costituito dalla cosiddetta Via Maestra, la strada che a partire dal XVI secolo – dopo l’abbattimento delle mura cittadine e l’ampliamento urbano – diventò il principale asse viario di Carignano.

Il percorso a piedi parte dal Portone, costruzione ad arco, modificata nel 1760 con l'abbassamento al piano del monastero delle clarisse. Sotto il Portone, corre la Via Porta Mercatoria, già via dei Cordari. Qui avevano le botteghe i fabbricatori di corde.

A sinistra, nel vecchio fronte del Lanificio Bona & Delleani è oggi situato l’Istituto Alberghiero. Fino agli inizi del ‘900, qui correva il fosso presidiale, che serviva di difesa. Con accesso dal parcheggio sotterraneo, è possibile osservare ampi tratti delle mura di difesa dell’antico borgo fortificato. A destra, all’angolo tra via Porta Mercatoria e Via Umberto I° sorge il Palazzo dei conti Mola di Nomaglio, grande costruzione secentesca, eretta fuori della cinta fortificata dopo l’abbattimento delle mura. Sul lato dell’edificio che corre su Via Porta Mercatoria, è possibile ammirare una bella meridiana (datata 1687). L’elegante portale è in stile tardomanierista. Da osservare anche i bei balconi in ferro battuto.

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Corso Cesare Battisti

Svoltiamo ora a destra, in via Cesare Battisti, che sfocia nel corso omonimo. Un tempo la via era intitolata a San Sebastiano, perché vi sorgeva una cappella dedicata a questo santo, invocato contro la peste, che fu officiata dai confratelli Battuti Bianchi per un breve periodo (1577-78). L’edificio fu abbandonato perché la Confraternita era cresciuta nel numero dei suoi membri e la cappella era ormai insufficiente ad accoglierli, oltre ad essere lontana dal centro cittadino. Ora il ricordo è confinato al vicolo che conduce alla villa Aghemo, inglobata nell’edificio del Liceo Scientifico. Villa Aghemo e gli edifici annessi ospitarono all’inizio del ‘900 l’Istituto delle Sordomute e poi l’asilo nido tenuto dalle Figlie di Carità. Nella vecchia via S. Sebastiano, le rotaie del trenino (che sino a metà del XX secolo metteva in comunicazione Saluzzo e Torino) ostacolavano il passaggio delle mandrie, fino a metà ‘900 episodio non infrequente: l’amministrazione comunale, in epoca fascista, provvide ad ampliare la strada abbattendo qualche edificio cadente. Nel 1952, quando furono tolte le rotaie, la via fu intitolata a Cesare Battisti. L’area dell’attuale viale era, sino al 1759, in piena campagna. In quell’anno furono tracciate via Montenero e la strada per Vinovo. Con l’avvento del treno a scartamento ridotto (1880), fu necessario tracciare una nuova via che unisse via S. Sebastiano alla strada nazionale per Torino. Fu realizzato un viale, che fu ampliato nel 1948-50 dall’Amministrazione Provinciale, quando l’autobus sostituì il trenino. A ognuna delle piante fu affidato il ricordo di un soldato caduto in guerra e il viale fu chiamato “della Rimembranza”.

Via Umberto I

Svoltando a destra da Via Porta Mercatoria, si entra in Via Umberto I. Qui la strada si restringe, e si notano edifici di varie epoche, per lo più recenti. Lungo la via insiste un fianco dell’ex Lanificio Bona & Delleani, mentre, di fronte, alcune case di varia metratura ed altezza denunciano a tratti episodi edilizi da collegare ad un uso agricolo o commerciale, sviluppatisi assieme ad un uso preponderante dell’asse viario a discapito del vecchio asse urbano interno, d’origine medioevale. A metà un affresco della fine degli anni ’90 del XX secolo, posto in alto su di un edificio porticato, ricorda al passante che lì esisteva una locanda.

Poco oltre, quasi a costituire un’isola di pace nel traffico pesante della via, un elegante portone costituisce l’ingresso al Palazzo Rasino. Di origine tardo seicentesca, lo splendido edificio conserva notevoli tratti architettonici originali, quali l’ampio passo carraio, il cortile in sternito, la doppia corte con residue parti del giardino. Purtroppo, un enorme condominio incombe sulla villa, oltre ad occupare una parte del sito e del giardino annesso.

Si giunge quindi alla confluenza con via Salotto, che percorreremo tra poco. Per ora, concludiamo l’itinerario in Via Umberto I. A sinistra, si apre un elegante piazzale, detto Piazza Liberazione, risultato di notevoli interventi urbanistici realizzati in più epoche.

Piazza Liberazione

La Piazza è il risultato di interventi di varie epoche, tesi a fornire allo spazio un risalto sempre maggiore senza tuttavia alterarne le proporzioni. L’area era un tempo occupata dalle mura e dal fosso presidiale, che correva al centro, azionando dei mulini situati sull’attuale lato nord della piazza. Nel 1640 fu eretta la Chiesa della Madonna della Misericordia come ex voto poiché la Città era stata preservata dal saccheggio dei Francesi vincitori sull’esercito ispano-sabaudo. Affidata alla cura dei confratelli Battuti Neri, presenta un interno austero, appena nobilitato da alcuni preziosi arredi; ora ne rimangono pochi, poiché alcuni sono stati rubati e altri, per fortuna, sono stati trasportati al Museo Civico. Sulla facciata, all’interno di nicchie, vi sono statue ottocentesche dedicate ai Santi Lucia, , Defendente, Giovanni Nepomuceno ed Antonio Abate; sopra il portale, splendida opera d’intaglio barocco (da osservare il capo di san Giovanni Battista posta su un piatto), vi è un affresco del pittore pinerolese Edoardo Calosso (Anime del Purgatorio, XIX secolo). Il campanile, eretto alla fine del XVII secolo, è il più bello della Città. Per dare lustro alla chiesa, si tentò un parziale intervento di sistemazione dei vari dislivelli esistenti tra la soglia della chiesa e l’imbocco della piazza. Nel 1840, l’architetto Alberto Tappi propose di realizzare delle scalinate di accesso. Nel 1842 s’inaugurò un bell’intervento architettonico di fianco alla chiesa, la casa dell'architetto Tappi, che rappresenta uno dei pochi esempi superstiti di residenza borghese in città della prima metà del secolo XIX.
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Via Salotto e piazzetta San Giacomo

Oltrepassando l’ingombrante condominio che grava sull’antica tenuta dei Rasino, provenendo da Torino, si entra in Via Ferdinando Salotto, un avvocato che destinò parte del patrimonio ereditato dalla moglie, Giuseppina Bionda, per fondare una borsa di studio in Medicina all’Università e un letto per incurabili presso l’ospedale carignanese (1885). Prima del ‘900, questa strada era detta Via Boatera, dal nome di una famiglia presente ancora nel XVII secolo in città; poi Via della Bealera o dell’Ojtana, a causa del canale che scorreva scoperto lungo le case verso mezzogiorno. La bealera era percorsa da ponticelli che ne rendevano possibile l’attraversamento: uno, detto del Molino, era posto all’incrocio con Via dell’Orologio (oggi via Umberto I°); l’altro, detto Randone, era posto all’altezza di Via della Borgarata (oggi via Braida, in comunicazione con Via Principe). Nel 1760 la via fu sternita con ciottoli di fiume; poi, nel 1885-87, il canale fu coperto con lastroni di pietra e quindi con voltoni in muratura, su progetto dell’ingegner Masoero: pare che l’iniziativa fosse intrapresa a seguito della caduta in acqua di una bambina, per fortuna senza conseguenze. Su questa lunga via, che porta verso Castagnole e Piobesi, troviamo alcuni edifici di un certo interesse storico ed artistico; nel primo tratto conserva edifici del XVIII-XIX secolo di stampo preminentemente rurale. Piccoli portoncini barocchi denunciano l’età di alcune costruzioni. In un piccolo slargo, denominato piazzetta San Giacomo, sorge la cappella di Nostra Signora di Betlemme, detta popolarmente di San Giacomo, piccolo ma significativo gioiello barocco, che risale al tardo ‘600, un tempo cappella padronale della Villa Rasino. All’interno custodisce un affresco raffigurante la Madonna col Bambino (XVI secolo) ritenuto miracoloso, ed antiche manette, che secondo la tradizione serravano i polsi di un innocente e che si aprirono al suo passaggio presso l’edificio sacro. Sulla facciata dell’edificio, vi sono stucchi secenteschi.

Sopra la casa d’angolo, tra la piazzetta e Via Salotto, una piccola edicola conserva una statuetta della Madonna di Oropa, probabile omaggio delle maestranze biellesi del Lanificio, che alloggiavano nelle locande carignanesi fino a metà del XX secolo.

All’angolo tra Via Salotto e Via Braida, sorge Villa Peliti, bella palazzina fatta erigere nel 1885-86 dalla famiglia Peliti su progetto dell’ingegner Masoero. Poco oltre, lungo il canale, vi è la curiosa dépendance della Villa, un tempo utilizzata per mascherare la centrale idroelettrica che azionava la fabbrica di conserve di Federico Peliti, illustre carignanese che fece fortuna in India come pasticcere e fotografo presso i viceré inglesi in India alla fine dell’800. Oggi è adibita a civile abitazione.

Proseguendo sulla via in direzione di Castagnole e Piobesi, a sinistra incontriamo il grosso impianto industriale del Lanificio Bona & Delleani, seconda sede del prestigioso gruppo industriale, che ha chiuso i battenti, dopo una lunga agonia, all’inizio degli anni ’90 del XX secolo. A destra, di fronte al Lanificio abbandonato, l’ingegner Momo progettò per i proprietari del Lanificio il Convitto (1926), grosso edificio dagli interessanti interni, utilizzato per dare alloggio alla manodopera femminile forestiera. Proseguendo ancora, a sinistra, superato il canale, si apre Via Manzoni, dove sono state edificate, dopo la metà del XX secolo, belle villette in vario stile, immerse nel verde.

Chiude Via Salotto la cappella di San Rocco, eretta nel 1598 come ex voto per la fine di una grave pestilenza e riedificata nel 1632 nelle forme attuali. Intitolata al santo protettore contro la peste, la piccola cappella ha un atrio a capanna utilizzato in passato dai pellegrini. Dell’arredo originario, ben poco si è salvato dai furti che si sono ripetuti negli anni. Il quadro con la Madonna tra i Santi Rocco, Sebastiano e Carlo Borromeo, ora è conservato al Museo Civico con la sua splendida cornice secentesca, mentre la interessante raccolta di ex voto (XIX e XX secolo) è custodita fuori delle mani rapaci. All’interno della cappella vi è una copia fotografica della grande pala d’altare: da osservare, al centro del dipinto, una raffigurazione secentesca di Carignano, con il castello e l’antica parrocchiale romanico-gotica. La cappella è posta sul bivio che porta a destra a Piobesi Torinese e a sinistra a Castagnole Piemonte. Dietro l’edificio, sorge la cascina Fornace, che rammenta nel nome il luogo ove furono cotti i mattoni per l’imponente fabbrica della parrocchiale settecentesca.

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Via Braida

A metà circa di Via Salotto, prima di incontrare il tratto scoperto del canale, il turista può effettuare una deviazione su Via Braida. Il termine brajda indica sia il terreno coltivato e posto ai margini della città, sia il terreno (praedia) appartenente a religiosi o nobili. Fino all’inizio del ‘900, la strada, effettivamente, era in piena campagna. Con l’impianto del Lanificio, si venne creando in Carignano un nuovo ceto borghese, fatto di imprenditori collegati all’unica fabbrica carignanese. Su Via Braida si costruirono belle ville in stile liberty ed eclettico. Al n. 46, immersa in un parco (dal 1970 intitolato a Papa Giovanni XXIII), sorge Villa Gaspare Bona, già sede della Biblioteca Civica e sino al 1973 delle raccolte del Museo “Giacomo Rodolfo”. Oggi questo bell’edificio è proprietà privata, mentre la casa del custode oggi ospita la Croce Rossa Italiana. Ben poco resta del parco che un tempo circondatagli edifici: le essenzerareegli alberi vetusti o sono scomparsi o attendono cure.

Tra questa e Villa Villanis (al n. 42, eretta su disegno dell’on. Romita nel 1925), corre un tratto di Via Padre Lanteri, che porta all’edificio delle Scuole Medie “Benedetto Alfieri” (anni ’70 del XX sec.).
L’altro tratto di Via Lanteri, che prosegue verso piazza Carlo Alberto, conserva case dall’architettura pressoché uniforme, con caseggiati affacciati linearmente lungo la strada: solo nel 2000 questa linearità è stata spezzata inserendo un caseggiato arretrato rispetto all’asse stradale. Al n. 8, è possibile ammirare il portale d’ingresso (l’altro in via Schina n. 11) dell'ex Cassa Rurale, trasformazione dell’ex convento dei frati agostiniani. All’edificio, negli Anni Venti del XX secolo, fu aggiunta una facciata in stile neomanierista e neobarocca. Via Schina, è intitolata all’illustre Michele Schina (1791-1848), Professore di Istituzioni mediche all’Università di Torino, dove si trova una lapide che ne rammenta i meriti ai posteri. Un tempo la strada era detta ruata della paglia: qui i Battuti Bianchi possedevano una cappella, venduta ai frati Agostiniani.

L'ultimo tratto di via Braida, compreso tra via Forneri e Via Salotto, era chiamata Via Borgarata . Dove oggi c’è un grande condominio, fino al 1963 esisteva un cinema gestito dall'ACLI.

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Piazza Carlo Alberto e piazzetta San Giovanni Bosco

L'attuale piazza Carlo Alberto era in origine uno spazio incolto a ridosso delle mura; nella cosiddetta zona delle brajde vi erano concentrate povere case, campi, ma anche qualche edificio di un certo prestigio. La Tavola del “Theatrum Sabaudiae” (1682), mostra questo spazio già ben organizzato, ad appena un secolo dalla demolizione della cinta muraria, avvenuta a metà del ‘500 su ordine dei Francesi. L’allineamento degli edifici sul lato verso il borgo medioevale non è casuale, ma risente fortemente della presenza delle mura, sui cui resti le case furono edificate. Con la caduta delle mura, il borgo iniziò ad espandersi; lo spazio delle brajde diventò spazio pubblico; la vecchia strada, che correva probabilmente tra campi e case, fu allargata e si diede forma urbana alla piazza. Anticamente, punto focale della piazza era un pilone fatto erigere dagli Agostiniani dopo la pestilenza del 1599; ad esso i frati conducevano le processioni. La tavola del “Theatrum” lo ritrae; fu raso al suolo durante i moti successivi alla rivoluzione francese.

Superata la strettoia dovuta ad una serie di edifici di varie epoche probabilmente sorti sopra o addossati al Bastione del Rivellino (da notare la bella casa delle meridiane), si entra in Piazza Carlo Alberto, variamente denominata in passato: Piazza del Ballo o dei Giochi, perché vi si impiantava il ballo a palchetto nelle feste popolari e perché era utilizzata per fiere; era anche chiamata “il Mondo”. Il 12 giugno 1848, dopo la vittoria conseguita da re Carlo Alberto (sino al 1831 settimo principe del ramo Savoia-Carignano) a Peschiera, il sindaco Giuliano propose di mutare il nome della piazza, dedicandola al sovrano cui i Carignanesi erano molto legati. La denominazione di Piazza Albertina perdurò sino al 1861, quando fu sostituita da quella attuale.

A destra si apre Via Forneri, che nel vecchio nome di via dei Botti richiamava alla memoria un ramo dell’importante famiglia dei marchesi di Romagnano, consignori di Carignano in età medioevale. Qui sorgevano alcune case abitate dalla nobiltà del paese, oggi quasi del tutto scomparse o rinnovate e pertanto poco riconoscibili. Al n. 17 c’è la Scuola Materna Statale, già Asilo, elegante edificio fondato nel 1863 dal cavaliere Carlo Forneri. Molto bello è il portone, novecentesco.

A metà della piazza, a destra, si apre un piccolo slargo intitolato a Don Bosco. Qui prospetta la bella facciata della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, già monastero dei frati Agostiniani. Consacrata nel 1632, essa conserva al proprio interno una splendida quadreria del ‘600 (alcune opere del fiammingo Jean Claret, Francesco Pistone, Giovanni Molineri), oltre a stucchi di notevole pregio (realizzati da valenti artisti luganesi). I quadri di Molineri rappresentano una delle più belle espressioni della lezione di Caravaggio in Piemonte: molto belle la pala del Battesimo di Gesù e l’estasi di San Nicola da Tolentino. Un quadro, nella cappella del Rosario, raffigura la Città nel XVII, offrendo così un’istantanea su alcuni monumenti non più presenti, come il castello, la porta di Po e la vecchia parrocchiale gotica. Nel presbiterio, si conserva la rinascimentale lapide tombale di Libera Portoneri, amante di Filippo di Bresse, dal 1499 duca di Savoia. A lato dell’altar maggiore, dietro una lapide, esiste la sepoltura di Bianca Paleologo, duchessa di Savoia, morta nel castello carignanese nel 1519. Oggi la chiesa è officiata dai Padri Oblati, congregazione nata in Carignano nel 1817. La facciata, arricchita da statue in stucco policromo ed affreschi, è un bellissimo esempio di arte tardomanierista.

Oltrepassata la piazzetta, sempre in piazza C. Alberto, sopra la casa d’angolo con Via Lanteri, è dipinto un pregevole affresco che raffigura l’Annunciazione della Madonna: opera di tardo ‘500, essa ricorda il toponimo del bastione dell’Annunziata, posto pressappoco dove oggi sorge l’edificio della Banca CRT. Di fronte, dietro un anonimo portone, vi è il giardino della Villa già proprietà dei marchesi Vivalda di Castellino. Al n. 37, un affresco sindonico, assai mal conservato, lascia intravedere, all’interno di una cornice onorata del nodo di Savoia, il Padreterno sovrastante la Madonna ed alcuni Santi che reggono la Santa Sindone. Poco dopo, vi è l’unico esempio di edificio futurista in Città: l’ex Cinema, trasformato da anni in supermercato e molto alterato rispetto alle forme originali.
A destra si apre Via Forneri, che nel vecchio nome di via dei Botti richiamava alla memoria un ramo dell’importante famiglia dei marchesi di Romagnano, consignori di Carignano in età medioevale. Qui sorgevano alcune case abitate dalla nobiltà del paese, oggi quasi del tutto scomparse o rinnovate e pertanto poco riconoscibili. Al n. 17 c’è la Scuola Materna Statale, già Asilo, elegante edificio fondato nel 1863 dal cavaliere Carlo Forneri. Molto bello è il portone, novecentesco.

A metà della piazza, a destra, si apre un piccolo slargo intitolato a Don Bosco. Qui prospetta la bella facciata della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, già monastero dei frati Agostiniani. Consacrata nel 1632, essa conserva al proprio una splendida quadreria del ‘600 (alcune opere del fiammingo Jean Claret, Francesco Pistone, Giovanni Molineri), oltre a stucchi di notevole pregio (realizzati da valenti artisti luganesi). I quadri di Molineri rappresentano una delle più belle espressioni della lezione di Caravaggio in Piemonte: molto belle la pala del Battesimo di Gesù e l’estasi di San Nicola da Tolentino. Un quadro, nella cappella del Rosario, raffigura la Città nel XVII, offrendo così un’istantanea su alcuni monumenti non più presenti, come il castello, la porta di Po e la vecchia parrocchiale gotica. Nel presbiterio, si conserva la rinascimentale lapide tombale di Libera Portoneri, amante di Filippo di Bresse, dal 1499 duca di Savoia. A lato dell’altar maggiore, dietro una lapide, esiste la sepoltura di Bianca Paleologo, duchessa di Savoia, morta nel castello carignanese nel 1519. Oggi la chiesa è officiata dai Padri Oblati, congregazione nata in Carignano nel 1817. La facciata, arricchita da statue in stucco policromo ed affreschi, è un bellissimo esempio di arte tardomanierista.

la piazzetta, sempre in piazza C. Alberto, sopra la casa d’angolo con Via Lanteri, è dipinto un pregevole affresco che raffigura l’Annunciazione della Madonna: opera di tardo ‘500, essa ricorda il toponimo del bastione dell’Annunziata, posto pressappoco dove oggi sorge l’edificio della Banca CRT. Di fronte, dietro un anonimo portone, vi è il giardino della Villa già proprietà dei marchesi Vivalda di Castellino. Al n. 37, un affresco sindonico assai mal conservato, lascia intravedere, all’interno di una cornice onorata del nodo di Savoia, il Padreterno sovrastante la Madonna ed alcuni Santi che reggono la Santa Sindone. Poco dopo, vi è l’unico esempio di edificio futurista in Città: l'ex cinema, trasformato da anni in supermercato e molto alterato rispetto alle forme originali.

Via Silvio Pellico e gli ajrali della Maddalena

Superato il cinema, al n. 2, un’artistica cancellata protegge l’Opera Pia Faccio Frichieri, già Ospizio di Carità, fatto erigere dal notaio Sebastiano Frichieri negli anni ’40 del XVIII secolo, per ottemperare alle volontà testamentarie del banchiere Antonio Faccio. Il progetto dell’edificio è dell’architetto Bernardo Antonio Vittone. Le due ali laterali chiudono la cappella centrale, dedicata alla Beata Vergine della Purificazione. La facciata è in mattoni a vista. Nella cancellata sono inserite otto colonne, probabilmente provenienti dalla chiesa di S. Chiara, demolita per far spazio al Lanificio Bona & Delleani. All’interno della cappella, sull’altare maggiore è da ammirare il bellissimo tronetto pregevole opera di Pietro Piffetti, il maggior ebanista del XVIII secolo, un tempo nel santuario del Valinotto. Dietro l’altare, fa bella mostra di sé una pala dipinta dal pittore Pier Francesco Guala. La cappella e il Salone conservano una ricca collezione di paliotti ricamati del XVIII secolo, anch’essi provenienti dalla cappella del Valinotto. Nel Salone si può ammirare anche la pala dell’altare maggiore del Valinotto, opera del pittore Guala: essa rappresenta la Visita di Maria SS. alla cugina Elisabetta.

L'ajrale della Maddalena era posto pressappoco dove oggi sorge il quartiere compreso tra via XXIV Maggio e Via Silvio Pellico. Esso prende il nome da una cappella dedicata alla Santa: eretta dai marchesi di Romagnano, consignori di Carignano, l’edificio è già citato in un documento del 1143. Qui sorgeva anche l’Ospedale della Croce Bianca, per l’accoglienza dei pellegrini, altra pia fondazione della famiglia Romagnano. Cappella ed ospedale dipendevano dagli abati di S. Michele della Chiusa in Val di Susa; la chiesetta fu poi rasa al suolo nel 1476, per far posto alla prima chiesa e al monastero dei Frati agostiniani, mentre dell’ospedale si persero le tracce. Il toponimo “Madlen-a” persiste ancor oggi nella parlata popolare. L’insediamento agostiniano fu distrutto durante l’assedio che l’esercito francese portò a Carignano nel 1544.

La Via XXIV Maggio era detta anche “del ghetto”, perché probabilmente vi risiedevano alcune famiglie di ebrei, citate dagli Ordinati comunali per i frequenti prestiti concessi alla Comunità. All’angolo tra Via XXIV Maggio e Via S. Pellico, gli Agostiniani fecero erigere la cappella della Madonna di Loreto, a ricordo del convento distrutto. Nel 1599, la Città si pose sotto la protezione della Madonna Lauretana, per fugare la pestilenza, che in quei giorni mieteva molte vittime: attorno alla cappella fu posto un lazzaretto e un piccolo cimitero di appestati. L’attuale costruzione, molto semplice, risale al 1674. In tempi più recenti, in occasione della nascita del Carnevale Storico (anni '50 del XX secolo), si riutilizzò unaltro toponimo, il Sole, che indicava l’esposizione della zona. Entrando in Città provenendo da Saluzzo, si incontra sulla destra Via Ressia, dove sino all’800 erano presenti segherie (ressighe) che sfruttavano l’azione idraulica del rio Vuotasacco. Nella prima casa a destra Casa Gramaglia, un palazzotto di gusto eclettico dell’800, che probabilmente recupera uno stanziamento più antico; la bella villa, che comprende anche un ampio parco (il cosiddetto Moncrivello) utilizzava un tempo il vicino rio anche per momenti di piacere, come testimoniano cartoline dell’epoca. Appartenne al signor Giuseppe Castagno, che possedeva un grande filatoio, servito dal rio; egli, nel 1859, acquistò la chiesa di San Giuseppe, per preservarla dalla rovina. La famiglia Gramaglia, che succedette nella proprietà, abbellì ulteriormente la villa e il parco.

Sul lato opposto vi è Via Cadorna, ove sorgevano la chiesa e il convento dei frati cappuccini, cacciati nel 1801 dalle leggi napoleoniche. Il loro convento fu poi adibito a zuccherificio; all’inizio del ’900 la raffineria fu sostituita da una fabbrica di fiammiferi, che cessò di esistere nel 1928. L’edificio fu poi abbattuto per ricavare spazio per l’edilizia.

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Da via Salotto agli ajrali di Via San Bernardo

Compiamo ora una non breve digressione su un altro tratto di Carignano. Ritornando dalla cappella di San Rocco, percorrendo Via Salotto per tornare al centro della città, è interessante svoltare sulla via Principe di Carignano, che si trova a sinistra. Via Principe di Carignano rammenta nel nome il settimo principe della casata dei Savoia-Carignano, Carlo Alberto. Un tempo era chiamata via dell'olmo e degli olmi. All’inizio della Via, noteremo, nella casa d’angolo tra Via Principe e Via Salotto, un affresco settecentesco, ben conservato, raffigurante San Giuseppe in preghiera di fronte alla Madonna Immacolata; poco oltre, al n. 18, un altro affresco questa volta di carattere sindonico, che purtroppo versa in gravi condizioni di conservazione. Villette del primo ‘900, con ampi parchi, si affacciano sulla via.

A metà di Via Principe, a destra, troviamo la stretta Via Zappata, che da tempo immemore è detta riva freida o Ruada freida perché l’orientamento di questo asse stradale, che unisce Via Umberto I° con Via Principe, non permette alle facciate delle case di prendere molto sole. Sappiamo che fino al 1760 la strada era strozzata con un cuneo sporgente, dato da una cascina delle monache di Santa Chiara, che decisero poi di rifare il muro di cinta. Oggi la via è intitolata a un sacerdote nativo di Villastellone, professore emerito che fece un lascito a uno studioso carignanese bisognoso e meritevole d’aiuto.

Giunti al termine di Via Principe, svoltiamo a sinistra in Via Valdocco e poi subito a destra, in Via Madonnina. Al fondo, all’incrocio con Via Speranza, i Carignanesi fecero erigere la Cappella della Madonna della speranza (1796). Con ogni probabilità, in tempi grami come quelli che attraversava il Piemonte sabaudo, colpito dall’imperversare della rivoluzione Francese, i concittadini pensarono bene di affidarsi alla Madonna per ottenere aiuto. La semplice architettura è un esempio di passaggio dalle forme architettoniche barocche a quelle neoclassiche. In facciata, vi è un tondo affrescato ottocentesco. Oltrepassata la chiesa, ci addentriamo nella campagna. In fondo alla via, che assume la denominazione popolare di viassolo sorge il cimitero dove è possibile ammirare, sparso qua è là, qualche bell’esempio di scultura ottocentesca, in mezzo a numerose brutture architettoniche di pessimo gusto.

Tornati indietro su Via Madonnina, consigliamo di svoltare a destra sul tratto di Via Valdocco che porta verso Vinovo. Lungo questa antica via di transito furono ritrovati vari reperti di epoca barbarica e preromana. Un tempo, l’area era anche detta Fenìa, probabilmente termine derivato da fienagione. Lungo la strada è possibile osservare il pilone dedicato a San Bernardo e un’antica cascina, i cui tratti denunciavano una costruzione compresa tra il XVII e il XVIII secolo: in tempi recenti è stata molto alterata da interventi edilizi. La vecchia cappella di San Bernardo, riedificata nel 1621, subì danni gravi durante le guerre del 1630, tanto da essere ridotta alla presenza di una croce. Il prevosto Giovan Battista Mola fece erigere una nuova croce, probabilmente posta su di un pilone, nel 1655. Nel 1753 il pilone fu rifatto per intero e dedicato nuovamente a San Bernardo di Mentone, protettore contro la grandine, le tempeste di neve o la pioggia troppo abbondante. Oggi il pilone esiste ancora, posto a ridosso di una bealera coperta, ma sono scomparsi del tutto i vecchi affreschi che lo decoravano.

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